Ci
sono classi che funzionano, in cui il clima è sereno, il gruppo cresce e il
lavoro scorre. E poi ci sono quei segnali silenziosi che, se
sai fermarti ad osservare, ti chiedono attenzione. Ecco ... nella mia nuova
classe tutto procedeva bene. Eppure alcuni bambini, uno in particolare (brillante,
sveglio, intelligente e maturo) stava vivendo un disagio profondo. Non in modo
evidente ma il disagio c’era. La paura, a volte, non fa rumore … anzi quasi
mai!
Con
il mio collega Antonio abbiamo osservato la situazione preoccupati e ci siamo
chiesti più volte come aiutarlo. Abbiamo provato a parlargli, ad abbracciarlo,
a consolarlo e anche a chiedergli con fermezza di smettere di piangere e
affrontare il problema. Niente: risultati zero! Allora abbiamo scelto di non cercare colpe, ma strade. Di non minimizzare, ma
nemmeno drammatizzare. Di fare ciò che sappiamo fare meglio alla scuola
primaria: dare parole alle emozioni. Ad aiutarci il meraviglioso albo illustrato “Non voglio andare a scuola” di
Amélie Graux. Vi lascio un breve riassunto tanto per inquadrare il tema:
Giona
ne è sicuro al 100%: andare a scuola è una noia mortale. Preferirebbe andare
all’asilo come la sorella Lena o al lavoro come mamma e papà. Ma siamo davvero
sicuri che sia più divertente della scuola? Giona pensa che tornare all’asilo
come sua sorella Lena sia decisamente più divertente che andare a scuola.
Presto, però, si ritrova circondato da bambini piagnucolosi e con il moccio al
naso che non fanno altro che rubare i suoi giocattoli. A quel punto, decide di
andare a lavorare come mamma e papà, convinto che la loro vita sia più
divertente della sua: in realtà, i due hanno molti impegni e fanno un sacco di
cose noiose. Dopo una lunga e frenetica giornata, Giona si sente stanchissimo:
forse la scuola non è poi così male …
Abbiamo
letto la storia insieme, in agorà, partendo dalla copertina e dalle ipotesi dei
bambini. La giornata incredibile di Giona — che pur di non andare a scuola si
ritrova a vivere mille situazioni diverse — ha aperto uno spazio di ascolto
autentico. Attraverso domande guidate, conversazioni e lavori di gruppo, i
bambini hanno parlato di paura, di confusione, di sicurezza, ma anche di
amicizia, di fiducia e di adulti che aiutano.
Senza forzature. Senza esposizioni personali. Con grande rispetto.
Divisi in gruppi i bambini hanno riflettuto su due domande semplici e potenti:
·
È capitato anche a voi di non
voler andare a scuola? Perché?
·
Che consigli possiamo dare a
chi fa fatica a venire a scuola?
Le loro risposte sono state profonde, empatiche, vere. Qualcuno ha raccontato la sua esperienza e qualcuno invece non ha voluto farlo dichiarando che parlarne significava stare male. Ma già questa non è una condivisione pazzesca? 💪💪💪
Abbiamo
poi rielaborato la storia con immagini nel quaderno e raccolto alcune delle
loro frasi più significative in una scheda che non abbiamo condiviso con le
famiglie perché ciò che succede a scuola rimane a scuola (escluso questo blog
ovviamente!) 😅 : scherzi a parte ... i bambini si sono aperti con fatica all'inizio ma poi hanno riversato il loro vissuto sul gruppo. Ci hanno chiesto però che quello che hanno detto rimanesse un segreto perciò mi dovete credere sulla fiducia 😅 perché per me la tutela dei loro pensieri viene prima della documentazione!
Col
senno di poi, posso dirlo con orgoglio e gratitudine: questa attività è servita. Il
disagio si è sciolto lentamente, nel tempo. Non perché il problema è sparito,
ma perché il bambino si è sentito visto, accolto, protetto. E perché gli adulti
hanno camminato nella stessa direzione. A
volte la scuola non risolve tutto. Ma può fare una cosa fondamentale: diventare un luogo sicuro,
anche quando fa un po’ paura. Ed è proprio da qui che passa il nostro lavoro
più importante.
Sono convinta che i bambini abbiamo colto la
nostra alleanza educativa tra docenti - SENZA GIUDIZIO - e questo è stato il vero dispositivo educativo
dell’attività. Prima ancora dell’albo, prima delle domande, prima dei gruppi. Quando
i bambini capiscono che: gli adulti non si contrappongono, non cercano il
“colpevole”, non minimizzano né drammatizzano, ma STANNO INSIEME A LORO DENTRO AL PROBLEMA, succede qualcosa di potentissimo: si rilassano. E solo quando si rilassano possono
pensare, riflettere, rielaborare.
L’attività è durata una mattina intera in cui
non sono esistite ne matematica ne italiano - con loro orrore e preoccupazione
(Oggi cosa racconto alla mamma quando mi chiederà cosa abbiamo fatto? Maestra ma
oggi non abbiamo fatto niente! 😂😂😂). Vorrei precisare che nella lettura romanzata avevo aggiunto alcune
frasi, opportunamente scritte, sulla “cattiva maestra di Giona” per renderla caricaturale e amplificata. Questo ha permesso ai bambini di:
😃 prendere
distanza dalla paura
😃 guardarla
dall’esterno
😃 ridimensionarla
😃 smontarla
pezzo per pezzo
Perché?
Perché non stavo parlando di loro. Stavo parlando di una storia. E dentro quella storia ciascuno ha
potuto riconoscere qualcosa senza sentirsi esposto. Ciò che ha fatto davvero la differenza
è stato il messaggio implicito passato ai bambini: gli adulti possono essere alleati, possono ascoltare senza giudicare e
possono interrogarsi insieme. Una figura adulta percepita come
“cattiva” può essere raccontata, riletta, compresa. E così, lentamente, perdere
potere!
Vi
lascio la scheda che io e Antonio avevamo preparato come traccia del percorso
operativo (SCHEDA PERCORSO DIDATTICO) e le foto del cartellone con i loro disegni sulla Scuola dei miei Sogni e il cartellone
con il Patto Educativo che hanno
preparato. Calcolando che siamo solo a fine ottobre della classe prima sono
stati eccezionali! Ci tengo a dire che la parola che è emersa di più dalla
discussione e dalle riflessioni personali è stata: USARE LA GENTILEZZA!!! I bambini hanno detto che con quella si
risolvono tutti i problemi, anche le guerre (e se lo sanno i bambini di 6 anni
non mi spiego perché non lo abbiamo capito noi adulti …). Devo dire anche - con soddisfazione - che la scuola dei loro sogni non è tanto diversa da quella che hanno già: i maestri ci sono tutti nei loro disegni e pure i compiti ... ci sono solo più caramelle, fiori e festoni! Forse tanto male non stiamo facendo noi insegnanti 😅!
Oltre le tecniche: la postura educativa
L’attività si è
svolta a fine ottobre ma la sto raccontando ora in gennaio. Riflettendo a
distanza su questa esperienza, credo sia importante chiarire un aspetto che
spesso viene frainteso quando si parla di gestione delle emozioni a scuola. Non
è stata una tecnica particolare a fare la differenza. Non una strategia
speciale, né un’attività magica. Ciò che ha davvero funzionato è stata una postura
educativa condivisa: adulti coerenti, alleati tra loro, capaci di sospendere il
giudizio e di interrogarsi insieme sul benessere dei bambini. Quando gli alunni
percepiscono che gli insegnanti non si contrappongono, non cercano colpevoli e
non minimizzano le emozioni, ma le accolgono e le rendono pensabili, il clima
cambia profondamente.
La lettura
dell’albo, romanzata e quasi teatralizzata, ha permesso di mettere in scena
anche una figura adulta percepita come “cattiva”, senza negarla né edulcorarla.
Raccontarla, amplificarla, discuterla ha consentito ai bambini di prendere
distanza dalla paura, di riflettere su di essa e, lentamente, di
ridimensionarla. Le emozioni, quando trovano parole e ascolto, perdono potere.
Questa esperienza
ci ricorda che l’educazione emotiva non passa da soluzioni rapide o da ricette
pronte, ma da coerenza, alleanza e fiducia. È un lavoro silenzioso, spesso invisibile nei quaderni, ma
profondamente strutturante per la crescita dei bambini. Ed è forse uno dei
compiti più delicati e più importanti della scuola primaria.
Io e Antonio siamo certi di aver fatto un buon lavoro in questa occasione. Non ci riusciamo sempre, anzi, ma ci proviamo. Abbiamo voluto condividere con tutti voi lettori questa esperienza perché crediamo che la condivisione didattica ed educativa, soprattutto quando nasce da situazioni reali e non perfette, possa essere uno strumento di riflessione e crescita per tutti.









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