Sei laboratori, un’unico modo di guardare la matematica
Sono tornata da Monza Matematica. Io e le mie colleghe abbiamo partecipato a sei laboratori uno più bello dell'altro. Sono tornata a casa piena di idee, appunti, attività da provare, cose da rubare spudoratamente e poi trasformare, adattare, personalizzare, smontare e ricostruire a modo mio. Ma soprattutto sono tornata con una sensazione precisa: sto lavorando nella direzione giusta!
Questo non significa che faccio tutto bene o che non abbia ancora una montagna di cose da imparare. Non significa nemmeno che, da domani, improvvisamente la mia didattica sarà perfetta. Significa invece che molte delle domande che mi faccio da anni, molte delle scelte che provo a portare in classe, quel modo di intendere la matematica come esperienza, ricerca, discussione, costruzione di significati ... erano lì, nei laboratori degli altri, nelle parole dei formatori, nelle attività proposte, nei bambini raccontati attraverso i loro errori, le loro strategie, le loro risposte. E questa è decisamente una bella sensazione! Oggi non vi racconto tutto quello che abbiamo fatto, perché non voglio trasformare Monza Matematica nell'ennesimo elenco di attività da copiare, invece vi racconto come l’ho vissuta. Parole d’ordine ritrovate in ogni laboratorio … DARE SENSO e INCLUSIONE!!!
Ma partiamo dal racconto della fregatura …
“O è davvero OPPURE?” di Elisabetta Ferrando
La moltiplicazione di Marta Benini e Cristina Trombin
In questo laboratorio niente illuminazioni divine perché le cose che hanno proposto le conoscevo e le uso in classe. Ma è stato prezioso lo stesso – preziosissimo - perché ogni tanto serve fermarsi e guardare il percorso dall'alto: situazioni, rappresentazioni, artefatti, strategie, proprietà, algoritmi, tabelline … Non “Bene bambini, oggi impariamo la tabellina del 7. Ripetiamo tutti insieme.” Perché no. Anche il sette, poveraccio, merita una vita più interessante. Insomma mi è servito tantissimo per rimettere a fuoco il percorso che dovrò fare quest’anno con i miei bambini.
Gli orti matematici di Clara Libonati e Paola Bellora
Un progetto enorme, ricchissimo, nel quale la matematica entra dappertutto: stime, misure, metri, litri, pesi, calcoli, simmetrie, problemi, problem solving, aree, perimetri ... Una miniera! L'idea è cercare nell'orto situazioni che costringano i bambini a pensare matematicamente: misurare, stimare, raccogliere dati, fare ipotesi, verificarle e confrontare i risultati. Insomma, la matematica serve davvero per fare qualcosa! Ma non è il mio modello perché io, se devo scegliere tra un unico grande progetto che mi accompagna per un anno e una stanza piena di mille idee da provare, scelgo la stanza piena di mille idee. E’ un progetto talmente grande che deve necessariamente diventare un progetto di plesso, coinvolgendo tante classi.
Quello che ho visto e ascoltato comunque, è stato meraviglioso e lo condividerò sicuramente a scuola … chissà che in futuro non diventi il progetto base su cui innestare le attività didattiche di un prossimo anno scolastico.
Dal testo alla risposta di Giorgio Bolondi
Qui ho ritrovato una delle domande che considero più importanti quando lavoro con i problemi: che cosa sto davvero chiedendo al bambino di fare? Calcolare? Comprendere il testo? Individuare le informazioni utili? Scegliere l'operazione? Costruire una strategia? Perché la formulazione di una consegna non è mai neutra: basta cambiare le parole per modificare i processi che mettiamo in campo e, di conseguenza, le risposte dei bambini.
E allora non basta guardare la risposta. Bisogna leggerla e interpretarla tenendo conto della domanda che abbiamo posto. Se non mi fermo a farlo, rischio di vedere soltanto un errore. Perché una risposta sbagliata può raccontare cose molto diverse e se non mi fermo a guardarla, rischio di vedere soltanto un errore. Se non so che cosa sto osservando, rischio di fare una cosa molto diffusa a scuola: mettere una crocetta sulla risposta sbagliata e valutare. Insomma gli errori sono i benvenuti e raccontano un sacco di cose. Bisogna solo avere voglia di ascoltarle.
Arte e geometria di Nicoletta Grasso
Qui la geometria è uscita dalla pagina del quaderno per andare a cercare città, palazzi, monumenti, simmetrie, forme, movimenti nello spazio, funzioni, cultura ma soprattutto significati. Palmanova, Notre-Dame, castelli medioevali, edifici moderni, …, cosa ci raccontano? Perché sono stati costruiti proprio in quel modo? Qual è il messaggio nascosto nella loro architettura e che i costruttori volevano comunicare? Insomma anche qui siamo tornati all’eterno problema: DARE SENSO!
E poi gli Azulejos. Alla fine del laboratorio Nicoletta ci ha mostrato una slide. E lì, lo confesso, ci siamo commossi in tanti. Perché a volte basta un'immagine per dire quello che con tante parole rischiamo di complicare. Non dobbiamo essere uguali per stare insieme, non dobbiamo rinunciare ai nostri colori, alle nostre forme, alla nostra storia. È proprio accostando le differenze che possiamo costruire qualcosa di più grande. E quando si parla di INCLUSIONE, forse, dovremmo ripartire proprio da qui.
Questo laboratorio è stato una meraviglia e anche questi azulejos li ho già messi mentalmente da qualche parte nel mio calendario scolastico.
Math Crime di Marta Rini e Giorgia Colombo
Una scena del crimine, indizi, buste, problemi da risolvere, ipotesi da formulare, confronti, soluzione finale. Non una vera escape room, ma abbastanza vicina da farmi pensare immediatamente: questa la faccio! Perché ancora una volta la matematica non era presentata come “adesso facciamo questi esercizi”. C'era una storia, qualcosa da scoprire, un motivo per usare la matematica. E allora eccola lì, di nuovo, la mia vecchia fissazione: dare senso. Ma soprattutto mi ha colpito il cambio di prospettiva: una consegna che può destabilizzare, un problema che mette in difficoltà, un errore che non è più una risposta da nascondere, ma un indizio da osservare, discutere e rileggere. Perché ancora una volta la matematica non arrivava dicendo: “Ciao bambini, sono la matematica. Oggi facciamo tre operazioni.” Arrivava travestita da problema da risolvere e i bambini dovevano averne bisogno. Che è una cosa molto diversa.
E quindi? Perchè sono andata a Monza?
Sono tornata a casa con una quantità indecente di idee. Attività da provare, cose da trasformare, spunti da infilare nella mia programmazione e magari qualche collega da convincere a sperimentare qualcosa insieme. Ma se fossi tornata soltanto con questo, sarebbe stato comunque bello, ma non sarebbe stato tutto. Sono andata a Monza anche per guardarmi intorno. Per ascoltare chi, come me, si interroga su come insegnare matematica. Per confrontarmi, per scoprire modi diversi di affrontare problemi che conosco bene e, perché no, per capire se quella strada che da anni cerco di costruire in classe è davvero una strada percorribile. Ma soprattutto sono tornata con una sensazione bellissima: non sono l'unica a pensarla così! Quello che provo a fare ogni giorno, le domande che mi pongo, il bisogno di far vivere la matematica ai bambini prima ancora di riempire pagine di quaderno, la convinzione che un'attività debba avere un senso e che l'errore abbia qualcosa da raccontarci … tutto questo l'ho ritrovato nei laboratori, nelle proposte, nelle parole dei formatori.
E allora sì, torno a casa con la consapevolezza che posso continuare a costruire la mia strada senza dover continuamente chiedermi se sto sbagliando direzione. Ma attenzione: le conferme non sono un divano sul quale sedersi comodamente e dichiarare conclusa la propria formazione! Perché contemporaneamente torno con la consapevolezza opposta: non posso pensare di avere capito tutto, di avere trovato la mia strada e di dover soltanto continuare a percorrerla. Ogni tanto bisogna fermarsi, guardarsi intorno, cambiare prospettiva, lasciarsi mettere in discussione. E soprattutto bisogna accettare che qualcuno, ogni tanto, ti faccia notare che una cosa che davi per scontata tanto scontata non è.
Ecco perché ho voluto raccontarvi questo viaggio. Non per presentarvi sei laboratori da copiare, né per fare la recensione entusiastica di un corso di formazione. Ma perché credo che ogni tanto, noi insegnanti, abbiamo bisogno anche di questo: uscire dalla nostra classe, incontrare altre esperienze, ascoltare altre voci e tornare a casa con qualche certezza in più e un bel po' di domande nuove.
E allora sì, torno a casa con la consapevolezza che posso continuare a costruire la mia strada senza dover continuamente chiedermi se sto sbagliando direzione. Ma attenzione: le conferme non sono un divano sul quale sedersi comodamente e dichiarare conclusa la propria formazione! Perché contemporaneamente torno con la consapevolezza opposta: non posso pensare di avere capito tutto, di avere trovato la mia strada e di dover soltanto continuare a percorrerla. Ogni tanto bisogna fermarsi, guardarsi intorno, cambiare prospettiva, lasciarsi mettere in discussione. E soprattutto bisogna accettare che qualcuno, ogni tanto, ti faccia notare che una cosa che davi per scontata tanto scontata non è.
Ecco perché ho voluto raccontarvi questo viaggio. Non per presentarvi sei laboratori da copiare, né per fare la recensione entusiastica di un corso di formazione. Ma perché credo che ogni tanto, noi insegnanti, abbiamo bisogno anche di questo: uscire dalla nostra classe, incontrare altre esperienze, ascoltare altre voci e tornare a casa con qualche certezza in più e un bel po' di domande nuove.
Quindi grazie, Monza. Per le idee, per le attività, per le domande, per le conferme. Ma soprattutto per quella risposta sbagliata. Perché, a quanto pare, anche quando pensiamo di essere sul pezzo … cavolo, bisogna continuare a studiare! Il prossimo anno noi maestre divergenti ripeteremo questa fantastica avventura. Grazie Sapyent e grazie Elisabetta Ferrando.
Venite ... ne vale davvero la pena 💪💪💪
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